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La prima volta in macchina
02.02.2026 |
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Spinse appena, solo la punta, facendole percepire lo stiramento, la pressione..."
Marco – o meglio, Vittoria quella sera – sentiva il cuore martellare mentre seguiva Giorgio fuori dal Bottero. L’aria umida di fine ottobre portava odore di laguna e di camini accesi.
La gonna nera le accarezzava le cosce a ogni passo, le calze velate frusciavano lievi, i tacchi 9 ticchettavano sul selciato sconnesso del parcheggio.
Giorgio camminava mezzo passo avanti, sicuro di sé, la mano già posata in basso sulla schiena di lei, proprio sopra il coccige: un contatto che sembrava guidarla, ma che in realtà le faceva capire chi comandava. Aprì la portiera posteriore di una Audi Q5 nera, non recentissima ma impeccabile. L’abitacolo profumava di cuoio e di un dopobarba speziato, costoso.
«Sali» disse con voce bassa e ferma.
Non era una richiesta.
Vittoria esitò un secondo, poi si chinò per entrare, sapendo benissimo che la gonna le saliva pericolosamente sulle cosce.
Si sedette composta, ginocchia strette, mani in grembo.
Giorgio salì dall’altro lato, chiuse la portiera con un tonfo ovattato e partì senza accendere le luci interne.
Fece il giro dell’edificio e imboccò una stradina sterrata lungo un canale di bonifica, completamente al buio.
Spense il motore.
Solo il ticchettio del metallo che si raffreddava rompeva il silenzio.
Si voltò verso di lei.
La luce lontana di un lampione gli tagliava la faccia a metà.
«Hai detto solo con la bocca, giusto?»
Vittoria annuì, la gola arida.
«Sì… solo quello.»
Giorgio sorrise – non un sorriso cattivo, ma nemmeno tenero.
Si slacciò la cintura, abbassò la zip con gesti lenti, quasi teatrali.
Tirò fuori il sesso già semi-eretto.
Era più grosso di quanto apparisse nelle foto: spesso, venoso, la cappella già lucida di umore.
Vittoria lo fissò incantata.
Non era come nei video.
Era reale, caldo, emanava odore di uomo, di sapone e di desiderio.
«Toccamelo prima» le disse, prendendole il polso con delicatezza e guidandole la mano.
Le dita di Vittoria – unghie smaltate di un bordeaux scurissimo – si chiusero intorno all’asta.
Era pesantissimo, pulsava forte sotto la pelle morbida.
Lo accarezzò piano, su e giù, sentendo la pelle scivolare sulla durezza interna. Giorgio emise un respiro profondo dal naso.
«Così… brava…»
Poi le posò una mano dietro la nuca, non violenta, ma decisa.
«Ora con la bocca.»
Vittoria si chinò.
I capelli della parrucca castano chiaro le ricaddero sul viso.
Aprì le labbra, esitante.
Il primo sapore fu salato, poi arrivò il calore che le riempì la bocca.
Lo prese piano, solo la punta, succhiando leggera.
Giorgio gemette piano.
«Più in fondo… prova.»
Ci provò.
Lo sentì premere contro la gola, troppo grosso, troppo in fretta.
Ebbe un conato, gli occhi le si velarono di lacrime.
Si ritrasse tossendo.
«Scusa… non riesco subito…»
«Tranquilla» disse lui, ma la mano restava ferma sulla nuca.
«Respira col naso. Rilassa la gola. Ci vuole allenamento.»
Riprovò, più lentamente.
Lo lasciò scivolare centimetro dopo centimetro.
Quando la cappella toccò l’ugola sentì di nuovo il riflesso, ma strinse le labbra e inspirò forte dal naso.
Giorgio iniziò a muoversi: piccoli affondi controllati.
Non la stava scopando la bocca, non ancora.
La stava abituando.
«Ecco… brava Vittoria… proprio così…»
Sentire il proprio nome da donna pronunciato mentre aveva la bocca piena la fece tremare tutta.
Il sesso le si indurì dolorosamente nelle mutandine di pizzo.
Era bagnata, sentiva l’umidità allargarsi sul tessuto.
Dopo qualche minuto Giorgio si fermò, uscì con un suono umido e bagnato.
«Girati» le ordinò.
«Ma avevi detto solo...»
«Girati e basta.»
Vittoria obbedì, le gambe che tremavano.
Si mise carponi sul sedile posteriore, il viso verso il finestrino.
Lui le sollevò la gonna fino alla vita, le abbassò le mutandine fino a metà coscia. Le allargò le natiche con le mani grandi. Vittoria chiuse gli occhi forte.
Sentì la lingua di lui, calda e umida, scivolare tra le chiappe.
Leccava lento, insistente, proprio lì dove nessuno l’aveva mai sfiorata.
Lei gemette, un suono alto e femminile che le uscì dalla gola senza controllo.
Lui continuò, la lingua che premeva, girava, entrava appena.
«Dio…» sussurrò lei.
Giorgio si fermò, si rialzò.
Vittoria sentì la cappella grossa appoggiarsi contro l’apertura, spingere piano, senza entrare.
«Non ti apro stasera» le sussurrò all’orecchio, il fiato caldo sul collo.
«Non ancora. Ma voglio che tu senta quanto sei stretta… quanto sei femmina.»
Spinse appena, solo la punta, facendole percepire lo stiramento, la pressione. Vittoria ansimò, le dita che graffiavano il sedile di pelle.
Poi lui si ritrasse e tornò davanti alla sua bocca.
«Finiscimi in bocca» le ordinò.
Vittoria lo riprese, questa volta più sicura. Lo succhiò con dedizione, la lingua che girava intorno al solco sotto la cappella, la mano che pompava la base. Giorgio respirava sempre più forte, i muscoli delle cosce tesi.
«Sto venendo… tieni tutto dentro…»
Lei annuì senza staccare le labbra.
Lui le afferrò i capelli della parrucca, spinse fino in fondo un’ultima volta e venne.
Il primo getto la colpì dritto in gola, denso, caldo, salato.
Vittoria deglutì per istinto, poi un altro schizzo, poi un altro ancora.
Lui gemeva forte, il corpo percorso da brividi.
Quando finì le lasciò la testa e si accasciò contro lo schienale.
Vittoria rimase lì, labbra gonfie, il sapore di lui ovunque in bocca.
Deglutì ancora, sentendo il leggero bruciore in gola.
Si passò la lingua sulle labbra per pulirle.
Giorgio la guardò, le accarezzò la guancia con il pollice.
«Sei stata bravissima, piccola.»
Le rimise a posto le mutandine con cura, le abbassò la gonna con gesti quasi gentili.
Vittoria arrossì violentemente sotto il fondotinta.
«Grazie…» mormorò.
Lui le posò un bacio leggero sulla fronte.
«Ci vediamo venerdì prossimo. Stessa ora. E stavolta… vediamo se riesci a prendermelo tutto dietro.»
Accese il motore, la riaccompagnò vicino al locale.
Prima che lei scendesse le mise in mano un biglietto da visita con solo un numero scritto a penna.
«Scrivimi quando sei a casa. Voglio sapere che stai bene.»
Vittoria scese, le gambe molli.
Camminò verso la sua auto con il sapore di Giorgio ancora in bocca, il fondoschiena che pulsava piano per la pressione di poco prima, il cuore che galoppava senza sosta.
Per la prima volta non si sentiva solo una fantasia.
Si sentiva desiderata.
E sapeva già che venerdì sarebbe tornata.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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